Si è molto parlato negli ultimi mesi, sull’onda dello shock emotivo suscitato dall’uccisione di Giulia Cecchettin, di educazione all’affettività. Una materia già presente nei programmi scolastici di molti Paesi europei, ma ancora affidata all’iniziativa di singoli dirigenti “illuminati” qui da noi, malgrado i buoni propositi del ministro dell’Istruzione. Da tempo l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unesco segnalano l’importanza di questo insegnamento, non solo per promuovere il diritto alla salute in chiave sessuale e riproduttiva, ma anche per diffondere una cultura della parità e del rispetto. Eppure al momento solo il 20% degli Stati ha una legislazione in materia, gli altri procedono in ordine sparso. Mentre alcune Nazioni si limitano all’insegnamento degli aspetti biologici della questione, con programmi focalizzati sulla fisiologia dell’apparato genitale e la prevenzione delle gravidanze indesiderate, altre spaziano alle emozioni, esplorando anche i risvolti psicologici e sociali e l’impatto che una conoscenza del proprio bagaglio emotivo e relazionale può avere nelle dinamiche di ruolo, nella lotta agli stereotipi e sull’identità di genere.
A cosa serve l’educazione all’affettività?
Ma cosa prevede esattamente l’educazione sessuo-affettiva e a cosa serve? Il suo obiettivo è favorire l’esplorazione di tutto ciò che “sentiamo” e non sempre riusciamo a decodificare, l’accrescimento delle abilità affettive, la capacità di gestire gli impulsi, siano essi positivi o negativi, assumendo coscienza delle conseguenze delle proprie azioni, la condivisione dei propri sentimenti senza provare vergogna, la comprensione e il rispetto di quelli altrui, lo sviluppo dell’empatia e dell’intelligenza emotiva. Una cosa bellissima. Ma, soprattutto, necessaria. Vari studi dimostrano che dove i sistemi scolastici hanno inserito nel loro programma questa disciplina, già a partire dai cicli primari e secondari, gli effetti positivi non tardano a manifestarsi, sia a livello personale sia nell’intera comunità. Prova ne è la Svezia, dove l’educazione all’affettività è stata introdotta come materia obbligatoria fin dal 1955, con conseguenze visibili a tutti. Non solo il Paese scandinavo domina da anni le classifiche globali della gender equality, ma, come spiega Flavia Restivo nel libro Gli svedesi lo fanno meglio, è riuscito a costruire nel tempo una società realmente inclusiva, in cui non esistono bias legati al genere, tutti hanno gli stessi diritti e doveri in famiglia e sul lavoro, la violenza sulle donne non è un’emergenza. Insomma, un modello da copiare.
Imparare a gestire le emozioni
Alla luce di queste evidenze, abbiamo deciso di dedicare il secondo sondaggio del nostro progetto Libere e Uguali al tema delle emozioni. Perché abbiamo capito che bisogna partire da lì per costruire relazioni sane e per sradicare i semi cattivi che spesso alimentano violenza e discriminazioni. Tanti fatti di cronaca ci dicono che la gran parte degli episodi di aggressione fisica, verbale o psicologica, che talvolta degenerano in femminicidio, ha alla base una scarsa alfabetizzazione emotiva. Cioè un’incapacità di essere in contatto con la parte più profonda di sé, riconoscendo esigenze e pulsioni, imparando a incanalarle e a esserne padroni.
Insicurezza, bisogno di ascolto, paura del giudizio altrui, segnala la ricerca del nostro Osservatorio, sono sentimenti ampiamente diffusi, soprattutto tra i giovani
Un’indagine condotta da Fondazione Libellula sugli adolescenti rivela che persino i sentimenti base, come l’amore, la fiducia, il consenso, sono tra i ragazzi di difficile gestione. Di qui la gelosia che diventa possesso o smania di controllo, la non accettazione del rifiuto che si tramuta a volte in rabbia assassina. Valentina Romani ripercorrerà a metà maggio in una serie true crime le storie di otto donne che hanno perso la vita per mano di un uomo. Uomini qualsiasi, non mostri, che abitano il nostro stesso mondo. A cui nessuno, probabilmente, ha mai fornito un libretto di istruzioni per maneggiare le emozioni.