Ilaria Sula, 22 anni, uccisa a Roma dal fidanzato che voleva lasciare. Poche ore prima Sara Campanella, anche lei 22 anni, uccisa a Messina da un collega che non accettava i suoi No a ossessive e ripetute avance . Giovanissime vittime che ci perdiamo a contare, e di cui rischiamo di perdere il volto. Prima ancora Giulia Cecchettin: anche lei voleva chiudere la relazione con Filippo Turetta. E vogliamo ricordare anche Aurora Tila, precipitata dal balcone a Piacenza a soli 13 anni, con l’ex fidanzato 15enne che le dava pugni sulle mani mentre lei tentava disperatamente di aggrapparsi al parapetto.
L’incapacità di accettare i No
Giovani, giovanissime vittime. Giovani, giovanissimi carnefici. Troppo facile liquidare questi utimi come “ragazzi storti”, figli del patriarcato, il sistema culturale storicamente dominato dai maschi in cui siamo immersi, che giustifica il controllo e il senso del possesso sulla donna. In questi casi siamo di fronte anche all’incapacità di accettare i No: il No alla fine di un rapporto, il No ad avance non gradite. Ma questa incapacità degli uomini non è genetica, né solo frutto dell’educazione della famiglia: i giovani uomini scontano oggi una “potatura delle emozioni”.
L’incapacità di accettare i No proviene dalla “potatura delle emozioni”
È la tesi dello psicologo, psicoterapeuta e coach Alberto Penna, docente della Scuola di psicoterapia Mara Selvini Palazzoli, autore del libro Maschi che piangono poco (Garzanti ed.) e del “Manifesto per le emozioni maschili”: il punto d’arrivo di anni di riflessioni e confronti sui diversi comportamenti di uomini e donne ma soprattutto il punto di partenza per promuovere una diversa concezione dell’essere umano di sesso maschile, almeno rispetto al suo mondo emotivo.
Professor Penna, da dove nasce l’incapacità di accettare i No che sembra così tanto comune ai giovani uomini?
«Quando vieni rifiutato o la relazione finisce, la reazione emotiva normale dovrebbe essere la paura o la tristezza, che sono le emozioni legate alla perdita. Le donne sono capaci di reggere queste emozioni e quindi di avere la forza della fragilità, per gli uomini invece è più difficile. Eppure alla nascita abbiamo tutti la stessa dotazione emotiva: quello che osserviamo nei maschi adulti che commettono questi gesti è l’esito estremo di una serie di condizionamenti, che fanno sì che gli uomini accettino meno queste emozioni che fanno soffrire. Quindi cosa resta loro? La rabbia e la frustrazione che, se si armano, arrivano all’estremo del femminicidio.
Eppure viviamo in una cultura che non educa ai No nessuno, né maschi né femmine. Troppo permissivismo, troppi genitori amici. Perché allora le femmine non uccidono?
I genitori in genere oggi sono molto protettivi e incapaci di porre dei limiti, e questo vale per maschi e femmine, poco allenati ad affrontare la frustrazione. I maschi però la vivono come una sconfitta intollerabile, proprio perché culturalmente reprimiamo la vulnerabilità al maschile. E questa sconfitta può diventare un’arma.
Lei osserva che nel mondo il numero dei suicidi maschili è almeno il doppio di quelli femminili, perché?
«Esiste un mondo emotivo nascosto uguale per tutti, di cui siamo dotati alla nascita. Non ci sono sezioni separate di emozioni maschili e femminili, siamo noi ad escluderne certe, legandole a un sesso o a un altro. La vulnerabilità per esempio è esclusa nei maschi, eppure fa parte di certe fasi della nostra vita. Quando gli eventi avversi ci colpiscono (un lutto, la separazione, certi problemi relazionali) passiamo un periodo di vulnerabilità, che abbiamo bisogno di affrontare: è il bisogno d’amore che ci rende vulnerabili e dobbiamo accettarlo. A questa condizione di crisi sono legate la tristezza, la paura dell’abbandono e della solitudine: le donne sono più attrezzate ad affrontarle. Ne parlano con le amiche, in famiglia, piangono. Gli uomini no. Ai maschi viene chiesto di eliminare alcune emozioni dal loro vissuto. E se non riusciamo a vivere queste emozioni, cosa ci resta nei momenti di crisi? Se non possiamo accettare la nostra vulnerabilità, ci rimangono una profonda insicurezza, la rabbia e la solitudine che, nei casi estremi, si esprimono nei femminicidi o nei suicidi, questi ultimi drammaticamente aumentati nei maschi».
I maschi alla nascita hanno più bisogno di contatto e conforto
I maschi quindi scontano una sorta di “potatura emotiva”.
«Non solo i maschi, anche le femmine. Parlerei piuttosto di deriva delle emozioni negli uomini e nelle donne. I primi alla nascita hanno maggiore, non minore, bisogno di contatto e conforto delle femmine: sono più bisognosi, ma questo di solito viene negato e soppresso. La soppressione del maggiore bisogno di contatto nei maschi produce una carenza cronica, che ogni uomo fronteggia a modo suo, con conseguenze negative per gli uomini e per le donne, misconosciute nei loro aspetti più profondi.
Le donne invece sono state inibite per secoli rispetto all’espressione della rabbia, dovendo restare sottomesse al potere degli uomini e perdendo la possibilità di farsi rispettare, di contrastare l’ingiustizia di cui erano vittima e di essere assertive. Gli uomini, dall’altra parte, hanno dovuto reprimere la paura, la tristezza e la cura, considerate disdicevoli per un’idea distorta e innaturale di virilità. E ciò produce un handicap emotivo».
Da dove nasce la violenza dei giovani maschi?
Le emozioni non si possono sopprimere, ma solo spostare. I maschi sono spinti a dirigerle verso la rabbia, come emozione jolly che nasconde la sofferenza; la rabbia però causa l’allontanamento delle persone di cui si ha più bisogno nei momenti di difficoltà, aumentando così la sofferenza e la solitudine, di cui la violenza è una delle conseguenze finali. Questo fa sì che gli uomini siano meno relazionali/sociali delle donne, più soli e molto meno capaci di attivarsi nella cura.
Spesso dopo aver compiuto una violenza sessuale o un gesto estremo come l’uccisione della ex fidanzata, i ragazzi sembra non si rendano conto del peso di ciò che hanno fatto.
«Questo deriva dall’assenza di empatia: se culturalmente non sono allenato a sentire i miei dolori e le mie fatiche, non riesco a vederli neanche negli altri. Noi esseri umani funzioniamo come diapason: capisco il tuo dolore se sono in contatto con il mio. Se ho smesso di stare in contatto con me stesso, divento solo un oggetto, e anche tu».
Qual è la responsabilità delle famiglie?
«Senza generalizzare, gli studi e le riflessioni di tanti anni ci portano a concludere che a questo stato di cose concorrono involontariamente non solo i padri con il loro esempio, ma anche le madri che si aspettano dai figli maschi una progressiva estinzione delle risposte emotive di paura e tristezza. I giovani uomini devono poter essere liberi di percepire ed esprimere le stesse emozioni che qualsiasi essere umano può provare, senza dover incorrere in derisione o discriminazione. Devono poter avere la stessa libertà delle donne di provare paura o tristezza, di poterlo esprimere e di ricevere la risposta emotiva adeguata. E lo stesso vale per i comportamenti di cura».
Ci sono dei segnali che potrebbero mettere in allarme i genitori rispetto a una deriva delle emozioni del proprio figlio?
«La connessione con i figli è fondamentale. Anche se in adolescenza può diventare difficile il colloquio in famiglia, l’importante è che il ragazzo si senta legittimato a parlare delle proprie fragilità con i genitori. Dobbiamo allarmarci se un ragazzo non ce ne parla mai, se non racconta i suoi momenti di sconforto e frustrazione, anche rispetto a piccoli episodi. E dobbiamo allarmarci se scopriamo che viene maltrattato psicologicamente nel gruppo di amici, se subisce episodi sgradevoli, se quando si lascia con la fidanzata non ne parla e non lo vediamo triste. Se la via della sofferenza trova una strada nella condivisione, non passerà più attraverso la rabbia».
Abbiamo dei motivi per poter essere ottimisti?
«Il ruolo tradizionale del maschio, oggi così in crisi, fa sentire solo certi uomini ai margini, non tutti: ricordiamocelo. La via d’uscita esiste. Basta capire che nasciamo tutti uguali, con la stessa dotazione. I maschi insomma non nascono “storti”. La fatica degli uomini di oggi è trovare nuovi ruoli che però esistono già dentro di noi, solo che fino a oggi non sono stati messi in pratica. Dobbiamo lavorare tutti per far crescere maschi di nuovo tipo, quelli che esprimono il loro dolore».
