Premessa: sono un animale metropolitano. Allenare la mia forza di volontà non è sempre facile. Mi muovo poco, mangio in modo disordinato, vado sempre di corsa. Ma di quel tipo di corsa che non fa bruciare calorie, solo neuroni. Gli unici esercizi cardio che faccio per tenermi allenata sono quelli per inseguire l’autobus. E so che posso fare di meglio, visto che lo perdo regolarmente. Gli autisti dei pullman sono più sadici persino dei personal trainer assoldati per ucciderti nelle lezioni one to one: rallentano quando ti vedono trotterellare verso la fermata per darti l’illusione che ce la puoi fare, accelerano un filo per invitarti al rush finale quando sei prossima alla meta e nel momento esatto in cui ti vedono con viso trionfale davanti alle porte ancora spalancate te le chiudono in faccia perché il semaforo è diventato verde.
Non serve pregare, non serve imprecare, non serve neanche stramazzare al suolo per un infarto fulminate che incuta in loro un qualche senso di colpa. Le regole sono regole. Ringrazio comunque l’ATM per come si impegna ogni mattina per farmi dimagrire, al solo costo di 2 euro e 20. La palestra mi costa 10 volte tanto, regalandomi risultati decisamente più modesti. Certo, bisognerebbe frequentarla. Per ora mi basta essere abbonata, una cosa alla volta.
Allenare la forza di volontà: metti una giornata…in montagna
Dunque, questo esemplare urbano della peggior specie, iperattivo per tutto ciò che non richiede investimento fisico (ossia cinema, aperitivi, shopping, vernissage) e per il resto pigrissimo, si è ritrovato un venerdì mattina davanti a un hotel sotto le Dolomiti per partecipare a un’escursione nel bosco con bastoncini e ramponcini. Tranquillizzato dai diminutivi dell’attrezzatura e dall’età dei partecipanti, tutti in fascia tardo-Millennial e Gen X. Inutile dire che il suddetto esemplare, cioè io, ha sopravvalutato le sue forze. Motorie e polmonari. Inebriato dall’aria rarefatta dell’alta quota e dalla tipica incoscienza del neofita, che notoriamente porta a fare il passo più lungo della gamba e a esagerare.
Questione di tigna
Morale: partita in quarta tra le prime file, mi sono ritrovata dopo 20 minuti tra le falangi delle ultime arrivate, indaffarate a sprecare il loro fiato chiacchierando mentre il mio lentamente esalava. Dopo 30 minuti intravedevo solo le loro schiene in lontananza. Dopo 40 m’infilavo a casaccio in una delle 4 piste battute tra gli alberi, incapace di trarre informazioni utili dall’esubero di frecce nel crocicchio. E dopo 50 mi dichiaravo ufficialmente persa nel bosco e prossima a un arresto cardiaco. Stranamente serafica e ansimante, ogni tre passi mi fermavo per rimandare al suo posto il cuore che pompava in gola e chiedermi se tornare indietro, rischiando di sfracellarmi lungo la discesa (essendo i famosi ramponcini ancora nello zaino della solerte capo-guida) oppure continuare a scalare la vetta, così, alla cieca, giacché non compariva all’orizzonte alcun traguardo, solo abeti, né qualsivoglia segnale di fine, tranne la mia.
Finché non ho visto la Madonna. Cioè un altarino di legno con la Vergine, accanto al quale due coppie di francesi che avevo incrociato a valle sostavano. È grazie a loro e all’allenamento della mia forza di volontà se, recuperate energie e motivazione, sono arrivata finalmente alla malga. Cioè una casupola di legno con “ristoro” dove gli altri beatamente bivaccavano, del tutto indifferenti alla mia sparizione, oltre che ignari degli improperi da me lasciati lungo la salita (insieme a un paio di guanti nuovi nuovi). Pensavano che avessi gettato la spugna, Se’.
Allenare la forza di volontà ti porterà dappertutto
Ridiscendendo con le suole chiodate lungo la via di casa, ho preso atto di due cose. La prima è che, dove non può l’esercizio o il talento, può la tigna. La forza di volontà può portarti ovunque. Basta allenarla. La seconda è che è il sacrificio a rendere più appagante il risultato. Sono sicura che il mio punch caldo fosse più buono di quello del mio vicino arrivato su in cima saltellando. Io il mio me lo sono sudato, letteralmente. Insomma, maggiore è lo sforzo, maggiore la soddisfazione.
Che è un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma a volte tocca ricordarselo. E ricordarlo a chi non ha tanto il mito della dedizione e preferisce le cose facili. Per non infilarmi in discorsi da Boomer, chiudo con una mail che mi ha mandatio ieri una lettrice, Margheritella. Più che una mail un haiku: «Già la vita è tanto dura. Perché bisogna digiunare?». Possibile risposta: perché con la pancia lo è di più?