Su TikTok Alexandra s’interroga: «Devo uscire con la gonna? Se mi va, sennò, no». Condivide i suoi piani – «studiare ancora, trovarmi un lavoro» – e i dilemmi di una 20enne che, dopo il coming out come donna trans, si definisce non binaria. Risveglia i suoi fantasmi: «Ho sempre tenuto il dolore dentro. Ma ho fatto male». Alexandra si è tolta la vita pochi giorni fa, con la pistola sottratta al padre, guardia giurata. Ci aveva già provato, non sapremo mai se a spingerla sull’orlo di quell’abisso siano stati i messaggi d’odio in calce ai suoi post o quel mal di vivere più profondo legato alla disforia di genere che proprio sui social aveva trovato il coraggio di liberare.

Cos’è la disforia di genere?

Nel 2013 il Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali ha sostituito il termine «disturbo dell’identità di genere» con «disforia di genere», una rivoluzione che sposta l’attenzione da una presunta condizione patologica alla sofferenza psicologica di chi la sperimenta. La parola disforia, dal greco, allude a un fardello pesante da portare: le persone, riferisce il manuale, «si ritengono vittime di una sorta di “incidente biologico” che le ha imprigionate in un corpo incompatibile con l’identità di genere che vivono soggettivamente». I dati, che potrebbero essere sottostimati, registrano in Italia un caso ogni 12.000 per i maschi che desiderano diventare femmine e uno ogni 30.000 per le femmine che puntano a diventare maschi.

La disforia di genere raccontata dal documentario “Gen_”

Nell’osservatorio privilegiato del dottor Maurizio Bini, direttore all’Ospedale Niguarda dell’unico servizio pubblico milanese (e lombardo) per l’adeguamento di genere, che nel rispetto delle leggi offre valutazioni e supporti psicologici, assistenza medica e legale, quei numeri prendono corpo e diventano storie, vite, persone. A raccontarle è il documentario Gen_: diretto da Gianluca Matarrese e scritto con Donatella Della Ratta, è stato presentato, unico titolo italiano in concorso, al Sundance Film Festival, poi è passato dal MoMA di New York e dal Festival di Salonicco, dove è stato premiato, fino ad arrivare al Bif&st di Bari e al cinema.

La locandina del documentario Gen_
La locandina del documentario Gen_

L’esperienza dell’Ospedale Niguarda di Milano

Per quelle circostanze tutte italiane che trasformano le soluzioni precarie in granitici status quo, Bini – coordinatore anche della banca di gameti più grande d’Italia, che serve tutti i centri di riproduzione regionali – è arrivato lì con una delega provvisoria. «Un po’ come Atlante che dice ad Ercole “Mi tieni un momento il mondo?” e poi sparisce per secoli» scherza. Fertilità e adeguamento di genere sono due campi apparentemente lontani, «in realtà sono le uniche condizioni in cui una persona si ritrova a prendere ormoni ad alte dosi per dare origine a una nuova vita» spiega.

È più diffusa tra le ragazze

Nell’ambulatorio di Bini di vita ne passa un sacco, lui l’accoglie con gentile coraggio – come gli piace dire – e affettuosa fermezza, cercando di capire chi ha davanti, quali siano i suoi desideri più profondi. Un’umanità in trasformazione. «Trentacinque anni fa, per 11 uomini che volevano diventare femmine c’era una donna che voleva essere maschio. Adesso la percentuale è più che ribaltata: ogni 6 donne che vogliono diventare maschi c’è un uomo che vorrebbe essere femmina. Di quelle 6, la maggior parte ha tra i 16 e i 17 anni e un orientamento bisessuale».

Gli step del percorso di transizione

Dopo il colloquio informativo e una volta stabilito se è il caso di procedere, si affrontano una serie di esami generali per accertare la compatibilità con i farmaci da somministrare. Infine si passa al vaglio degli psicologi, «che devono essere convinti, fissare aspettative realistiche, valutare eventuali aree di disagio psichico da sistemare prima: il transito è come un passaggio delle Alpi a piedi, serve uno zaino leggero» osserva Bini. Se gli psicologi danno il via libera, si può passare alla terapia ormonale «con farmaci che diamo noi, gratuitamente. Da quella sanno di poter recedere, se il progetto fisico che avevano in mente non corrisponde a ciò che succede al loro corpo».

Quando si cambia nome sui documenti

«Se invece vanno avanti, con la relazione mia e degli psicologi» continua Bini «il nostro avvocato fa istanza al tribunale di residenza, che decreta che da quel giorno la persona assume un nome e un sesso diversi su tutti i documenti, fino al certificato di nascita. Una volta in possesso di quelli, nessuno s’interessa più a cosa hai lì sotto». Per gli interventi sul corpo non c’è una regola, ciascuno si ferma dove trova l’equilibrio: il centro è convenzionato coi principali chirurghi, «però la maggior parte dei pazienti va all’estero, in Paesi con maggiore expertise e liste d’attesa più corte, ma ha diritto a un rimborso che noi autorizziamo».

Le storie dei pazienti con disforia di genere

Dal primo colloquio alle opzioni chirurgiche passa un variegato percorso di rinascita. Andrea (nome di fantasia, come i seguenti), uomo omosessuale, ha le idee confuse, confessa a Bini di non potersi più vedere con la barba, non sa capire in quale dei generi identificarsi. «Può anche star comodo nel mezzo» suggerisce il medico, trovare un equilibrio non significa per forza cambiare sesso. Francesca, così si chiama la donna che da sempre la abita, il percorso di transizione lo ha già intrapreso. Ha atteso la fine della pubertà per fugare ogni dubbio, ora «è questione di vita o di morte». Periodicamente scende dalla montagna dov’è nata per procurarsi i farmaci. Col medico si sfoga per la fatica del padre nell’accettare le sue scelte.

La terapia ormonale è un processo reversibile, la chirurgia no

Bini la rincuora: se si preoccupa è perché ha capito l’importanza della sua scelta. Stefania-che-vuole-diventare-Andrea ha 16 anni, fa il liceo artistico, si presenta dal dottore coi genitori. È dalle medie che aspetta, per lei essere lì con loro è un passo enorme. Bini l’avvisa: la terapia ormonale è un processo reversibile, la chirurgia no. A Giulio basterebbe ridurre quel seno che l’allontana dal suo io maschile.

Disforia di genere: le cure sono gratuite

«Come dice lo scrittore e filosofo Paul B. Preciado, tra endocrinologi, chirurghi, psicologi, avvocati, giudici, il letto del transessuale è sempre affollato, rispetto a quello delle altre minoranze sessuali» osserva Bini. «Sono favorevole a una normalizzazione del transessualismo, non mi interessa fare il giudice. Ma se si spinge troppo sull’equiparazione con altre minoranze, si rischia di dimenticare che un transessuale che prende farmaci e si sottopone a interventi ad alto costo per tutta la vita sarebbe penalizzato, perderebbe l’accesso gratuito alle cure. Un controllo morbido gli consente di stare nella normalità e godere dei privilegi dell’assistenza pubblica, di cui ha estremamente bisogno».

Con gli adolescenti occorre cautela

La stessa misura Bini la usa con i minori, la maggioranza dei pazienti con disforia di genere, e con i familiari che scortano il loro passaggio. «Dico sempre che per prendere grandi decisioni serve un cervello grande. In attesa di quello, conviene aspettare, una scelta così merita di essere metabolizzata. Ma sono anche convinto che la triptorelina, il farmaco che blocca temporaneamente la produzione di ormoni sessuali, devi averla sempre a disposizione, se non vuoi mettere nel conto i suicidi di quanti non reggerebbero l’attesa. Per molti di quei ragazzi abitare un corpo che non è il loro è una sofferenza acuta, una tortura: se posso trovare un sistema per mettere in equilibrio quella testa con quel corpo senza spargere sangue sono più contento. Per essere felici bisogna essere vivi».

Disforia di genere: un libro per capire

La copertina del libro Non chiamarmi col mio nome (Erickson)
La copertina del libro “Non chiamarmi col mio nome” (Erickson)

Si intitola Non chiamarmi col mio nome la nuova uscita editoriale della serie “Leggere tra le righe”, dedicata alla salute mentale di bambini e adolescenti, una collaborazione tra Erickson e Scuola Holden. Il volume, firmato da Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, e da Maria Pontillo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale presso la stessa unità, approfondisce il tema della disforia di genere attraverso tre storie che inquadrano il fenomeno da un punto di vista scientifico e forniscono una guida per orientarsi.

La disforia di genere non è una malattia

«È relativamente frequente tra i ragazzi che arrivano da noi» spiega il professor Vicari, che ha appena pubblicato anche Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi (Feltrinelli). «La percezione è che sia in grande aumento. Fino a qualche anno fa, erano soprattutto i ragazzi che transitavano al genere femminile, oggi sono più le ragazze che fanno il percorso inverso».

Per chiarire, non è una malattia. «No. Non riconoscersi col proprio genere non è una malattia psichiatrica, ma in alcuni casi genera un livello tale di sofferenza e ansia da diventare un disturbo. Chi sta bene non arriva da noi, ma quelli che incontriamo spesso hanno in associazione un disturbo mentale, d’ansia o di depressione, in alcuni casi manifestano autolesionismo».

Cosa devono fare i genitori?

Quali sono i segnali e come deve comportarsi chi gli sta accanto? «Da una parte, direi di non spaventarsi se i bambini mostrano comportamenti tradizionalmente associati al sesso opposto. Se l’orientamento è più spiccato, la cosa peggiore da fare è contrastarlo: può diventare un elemento di sofferenza. In quel caso, anche attendere troppo può generare dolore. Rivolgersi a centri specializzati non significa mettere una pietra tombale sull’evoluzione dei propri figli».

A che età? «L’età che precede la crisi puberale è la più critica. Per chi non si riconosce in quel sesso e ha un orientamento di genere diverso, il momento in cui si sviluppano gli organi sessuali secondari può essere vissuto in modo particolarmente drammatico».