Non so perché qualche giorno fa ho riaperto la scatola dei ricordi dei miei ex fidanzati e ho preso un bigliettino. 5 marzo 1997, il giorno del mio compleanno. «Vorrei regalarti tutte le emozioni che hai sempre cercato. Anche quelle che ti fanno più paura» mi scriveva Marco quando avevamo 18 anni io e 19 lui. Rileggendolo ho provato un misto di dolcezza e malinconia, ma soprattutto sono tornata con la mente a quando, da adolescente, non ero affatto brava a perimetrare le emozioni, riconoscerle, prenderne le misure (non che ora sia cintura nera nel farlo!).

Riconoscere le emozioni

E mentre ero lì, assorta nei miei pensieri, un altro ricordo è venuto a galla, trasparente e nitido come una bolla di sapone. Ero in terza media, torno a casa e mia mamma mi chiede: «Come stai?». «Non lo so» le dico, con gli occhi lucidi dopo aver litigato furiosamente con Marie, la mia migliore amica. Lei mi dice: «Immagina ciò che senti sotto forma di colore». È un attimo, il mio viso si accende: «Rosso, mi sento come il rosso». E dicendolo sto già meglio.

Consenso, analfabetismo emotivo e violenza di genere

Tra gli adolescenti di 30 anni fa e quelli di oggi le differenze sono moltissime, ma il tema dell’“analfabetismo emotivo” è, ora più che mai, un’emergenza. Lo dimostrano anche i dati della Survey Teen 2024 di Fondazione Libellula (fondazionelibellula.com). «Nel 2023 abbiamo deciso per la prima volta di realizzare una fotografia sulla comprensione e l’esperienza della violenza di genere tra adolescenti dai 14 ai 19 anni, una fascia d’età che rappresenta circa il 7% della popolazione italiana, raccogliendo le testimonianze di 361 giovani. Da allora, nel giro di 12 mesi, già qualcosa è cambiato: le risposte sono arrivate a quasi 1.600. Segno che, se ci mettiamo in ascolto, le nuove generazioni sono disposte a parlarne» spiega Marzia Scuderi, responsabile dei progetti di cura di Fondazione Libellula.

Educare al consenso è una priorità

Parlare di cosa? Di violenza ma anche di emozioni e consapevolezza, due temi che vanno a braccetto. «I dati raccolti riflettono una percezione distorta del consenso per una buona parte degli adolescenti. Il fatto che il 20-25% di loro non consideri violenza comportamenti come il toccare, baciare o rivelare dettagli intimi senza consenso è preoccupante, poiché sono chiaramente atti invasivi» dice l’esperta. Un altro sintomo di scarsa consapevolezza su relazioni ed emozioni emerge quando si parla di gelosia e possesso. «Un terzo del campione non riconosce come violenza al o alla partner dire quali vestiti può indossare e quali no, impedire di accettare nuove amicizie online senza averne parlato prima, chiedere di geolocalizzarsi quando si è fuori» continua Marzia Scuderi. E, dato ancora più preoccupante, per il 50% dei ragazzi la gelosia non è una forma di violenza.

Educare alle emozioni ed educare al consenso

Viene subito da chiedersi: come mai tra gli adolescenti c’è una consapevolezza così bassa? «Perché manca un’educazione alle emozioni. Solo se riesco a dare un nome a ciò che provo, a riconoscerne la forma, a decodificare quello che sento, posso legittimare anche il sentire dell’altra persona» spiega Scuderi. È per questo che costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza di una portata grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’altro. Comprendere il proprio stato d’animo, soprattutto in presenza di quelle che erroneamente chiamiamo emozioni negative, e capire quali conseguenze possa avere sul comportamento vuol dire anche prendere coscienza dei propri bisogni, dei propri limiti e di quelli altrui. «Significa cioè allenare l’intelligenza emotiva, che non va confusa con la sensibilità. Si tratta della capacità di riconoscere le emozioni proprie e altrui per saperle gestire e non farsi sommergere» sottolinea l’esperta.

Imparare a riconoscere i propri limiti

“Sommergere” mi sembra il verbo giusto, anche pensando alla me 14enne, soprattutto se ci riferiamo a emozioni che ci fanno stare male e che i ragazzi, parliamo nello specifico di maschi, faticano a gestire. In una società dove chi corre piano o chi cade è tagliato fuori, dove la fa da padrone il culto del “perfettismo”, subire un no da parte di una ragazza significa riconoscere i propri limiti, rendersi conto che non si può essere tutto né avere tutto. Significa accettare una sconfitta delle proprie aspirazioni, constatare la propria insufficienza. Cosa tutt’altro che facile, visto che nel nostro tempo si tende a rifiutare l’ostacolo, la perdita, il fallimento, il dolore, perché riconoscere di non essere tutto per l’altro è una ferita insopportabile.

Dare un nome alle proprie emozioni

Le emozioni possono essere difficili, imbarazzanti, destabilizzanti. Sollevano e schiacciano. «Ma sono strumenti che ci parlano e che ci possono aiutare. Per farlo, però, i giovani dovrebbero in primis nominare quello che sentono, che sia rabbia, paura, frustrazione, vergogna, poi accoglierlo, starlo a guardare, imparare a maneggiarlo, capirne i confini» aggiunge Marzia Scuderi. «Riconoscendo quell’emozione, dandole un nome, infatti, si riesce anche a ridimensionarla senza correre il rischio che diventi troppo grande, ingombrante, che ti sommerga». E che possa sfociare in violenza.

Educare al consenso inizia dall’allenare all’empatia

All’importanza di un allenamento all’empatia, ci piace chiamarlo così, Fondazione Libellula crede molto. Per questo ha lanciato il progetto Equità: Presente!, che al momento vede coinvolti più di 300 ragazzi della scuola secondaria in un percorso di alfabetizzazione emotiva ed educazione al consenso. Visto che dalla Survey Teen emerge che gli adolescenti nel momento del bisogno si confrontano con i loro pari, uno step importante del progetto è formare, in incontri gratuiti della durata complessiva di 10 ore, studenti “ambassador” che possano essere di aiuto ai coetanei e a loro volta sappiano a chi rivolgersi.

«Da un lato, i ragazzi dovrebbero concedersi la possibilità di legittimare il proprio sentire. Di dire: “Oggi non mi va”, “Sono triste”. Dall’altro, noi genitori dovremmo fare loro da specchio, concedere lo spazio e il tempo per verbalizzare il sentire, per entrare in ascolto con la parte più intima di loro stessi. Come? Stando nella relazione, mostrandoci vulnerabili, anche piangendo se siamo giù di morale, e facendo le domande giuste, come per esempio: “Mi sembra che tu sia arrabbiato oggi. Dimmi quando vuoi parlarne, io ci sono”» conclude l’esperta. Qualcosa di simile a quello che aveva fatto mia mamma quel pomeriggio. E che, se lo ricordo ancora, mi era stato di grande aiuto.