Era il 2023 quando, all’indomani del femminicidio di Giulia Cecchettin, esperti e associazioni invocavano l’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole come strumento cruciale per prevenire la violenza di genere. A 2 anni dal naufragio del progetto “Educazione alle relazioni” promosso dal ministro dell’Istruzione Valditara, i 500.000 euro stanziati dalla Legge di Bilancio 2025 per l’educazione sessuale e affettiva sono stati dirottati sulla formazione degli insegnanti sulla prevenzione dell’infertilità.

Mentre l’8 marzo scorso la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Roccella negava ogni correlazione tra educazione sessuale e affettiva e femminicidi, smentendo ricerche che da decenni Oms e Unesco conducono e che indicano nell’Italia uno degli ultimi Stati Ue a non prevederne l’introduzione curricolare. Intanto, un’indagine appena realizzata da Save the Children con Ipsos rivela che solo il 47% degli adolescenti ha ricevuto un’educazione sessuale a scuola; il 26% subisce o assiste spesso a discriminazioni legate all’orientamento o all’identità sessuale, il 22% registra discriminazioni sessiste, il 24% considera la pornografia una rappresentazione realistica dell’atto sessuale.

Gli svedesi lo fanno meglio? Perché dovremmo copiare l’educazione sessuale della Svezia

Tra coloro che si battono per l’adozione di politiche educative volte a promuovere relazioni più equilibrate e rispettose tra i sessi, c’è Flavia Restivo, giovane attivista e politologa che ha appena pubblicato Gli svedesi lo fanno meglio (Rizzoli), saggio che esplora il modello svedese, il più avanzato nel trattare l’educazione sessuale e affettiva fin dai primi anni scolastici, offrendo uno spunto di riflessione su come dovrebbe essere affrontata la questione in Italia.

Gli svedesi lo fanno meglio Flavia Restivo, educazione sessuale Svezia

Fissiamo le coordinate: cosa s’intende per educazione sessuale e affettiva?

«L’educazione sessuo-affettiva non si limita alla sessualità biologica e alla prevenzione delle malattie o delle gravidanze, come accade nei programmi tradizionali. È un concetto più ampio, che include la privacy, la parità di genere, il consenso, il rispetto dei confini. Mira a creare relazioni sane, a riconoscere le dinamiche di potere e a sviluppare una consapevolezza profonda su come i propri comportamenti impattino sugli altri».

Perché proprio la Svezia?

«C’è una risposta personale e una politica: quel Paese mi affascina da quando mio padre mi trasmise la sua passione per gli Abba, band simbolo di libertà ed emancipazione dagli anni ’70: quando in Italia eravamo sotto il giogo del matrimonio riparatore e del delitto d’onore, i loro testi sfidavano le convenzioni, facendo della libertà sessuale, soprattutto femminile, una bandiera. La passione ha alimentato la curiosità. Ho studiato a fondo la cultura del Paese: la Svezia è stata la prima in Europa a istituire l’educazione sessuale come materia curricolare già nel 1955, ma le sperimentazioni risalgono agli anni ’30. Questo mi ha fatto comprendere come la loro visione della parità di genere abbia radici in una formazione condivisa che promuove rispetto e uguaglianza».

Gli effetti dell’educazione sessuale in Svezia

Che impatto hanno prodotto sulla società questi 70 anni di educazione sessuo-affettiva nelle scuole?

«La Svezia è tra i Paesi col più alto indice di parità di genere, mentre l’Italia si attesta all’87° posto su 146 nel Global Gender Gap Report 2024. Questo influisce soprattutto in ambito lavorativo e retributivo. C’è una minore incidenza di gravidanze indesiderate. L’uso di contraccettivi è il doppio rispetto all’Italia. L’educazione affettiva, inoltre, contribuisce a impedire che si formino stereotipi legati al sesso, ai giochi o agli sport. I bambini imparano a vedere se stessi e gli altri come individui e non come appartenenti a un determinato genere e ciò favorisce anche un accesso più massiccio delle ragazze a percorsi di studio e a professioni in ambito scientifico e tecnologico».

Hanno anche inaugurato un pronome neutro in tempi non sospetti.

«Il pronome hen è stato introdotto nel vocabolario svedese nel 2017, ma esiste dal 1977. Indica una persona senza specificarne il genere e non suscita alcuna polemica, contrariamente a quanto accade da noi, dove il tema del gender è spesso frainteso e vissuto come una minaccia. In Svezia, invece, è una pratica consolidata che rende la società più aperta e libera da stereotipi».

Nonostante l’educazione sessuale, in Svezia non c’è però stata una diminuzione significativa dei femminicidi.

«L’educazione sessuo-affettiva può contribuire ad affrontare parte del problema, contrastando la cultura patriarcale che sta alla base dei femminicidi, ma non può incidere sui fattori socio-economici. Il contesto di disagio sociale è quello in cui il femminicidio si verifica più spesso, sia in Svezia sia in Italia, che comunque registra numeri più alti. A falsare i dati c’è il fatto che lì è più diffusa la cultura della denuncia, le donne hanno maggior consapevolezza del concetto di consenso, delle circostanze in cui un rapporto diventa abusante, mentre in Italia pesa una forte componente di casi sommersi».

Educazione sessuo-affettiva: come possiamo fare nostro il modello svedese

Come funziona l’educazione sessuo-affettiva in Svezia?

«C’è un manuale di riferimento distribuito agli insegnanti e aggiornato ogni anno. La formazione è obbligatoria ed è impartita da educatori specializzati in biologia ed educazione civica e, in alcuni casi, da esperti esterni come psicologi e sessuologi. Le ore sono settimanali, come per noi quella di religione. Non sarebbe dunque difficile implementare un programma simile».

Come possiamo immaginare di diventare un po’ più “svedesi”?

«La Svezia è un Paese laico, in Italia il legame tra educazione e Chiesa cattolica è ancora forte e la cultura intrisa di retaggi patriarcali. I ragazzi – lo confermano le ricerche – imparano la sessualità essenzialmente attraverso la pornografia, su web e social. Le linee guida di Unesco e Oms rappresenterebbero ottimi riferimenti, e ci sono tanti esempi di sperimentazioni virtuose di istituti scolastici ed enti locali, come accade in alcuni municipi romani, ma si tratta di iniziative sporadiche. Senza una reale volontà politica, temo che ci vorrà molto tempo».

Come possiamo contribuire, da cittadini?

«Il progetto di cui faccio parte, Italy Needs Sex Education, è un buon punto di partenza. Stiamo cercando di fare sensibilizzazione con una serie di eventi, creando reti locali di attivisti. Ciascuno può fare la differenza parlando del tema con amici, colleghi, familiari. Si comincia dai piccoli gesti, come non restare indifferenti di fronte all’ennesima battuta sessista o discriminatoria. La violenza di genere inizia normalizzando quei comportamenti. È qui che l’impegno di tutti diventa fondamentale».