Se guardo indietro alla me bambina e poi ragazza, la memoria mi restituisce il clangore di un ottovolante di passioni e rabbia, senza vie di mezzo. Lo conferma chi mi viveva accanto: ero “irascibile”, “irriducibile”. A immortalare la mia incandescenza è una serie di primissimi piani in bianco e nero che scattò un amico dei miei sull’orlo di una delle mie proverbiali sfuriate: avrò avuto 6 anni, il broncio, la fronte aggrottata, le braccia conserte e un taglio a scodella che già di suo grida vendetta. È vero, mi adiravo molto, anche se si dice che le donne non si arrabbiano.
Per un’ingiustizia: il cortile della ricreazione eternamente presidiato da partite di calcio precluse a noi bambine; un presunto sopruso: la maestra che all’appello mi chiama ostinatamente Maria Ilaria, il mio nome all’anagrafe che nessuno ha mai usato; una frustrazione: mio padre che mi preleva invariabilmente nei momenti migliori delle feste; qualcosa che non andava come previsto: il mio migliore amico che decide di provarci. La verità è che stavo più comoda nella rabbia che nel dispiacere o nella delusione, reagivo per non scivolare nel ruolo di vittima. Non ero disobbediente, manifestavo con vigore la mia visione divergente, soprattutto in famiglia.
Se le donne non si arrabbiano è colpa degli stereotipi
“Capricciosa”, “isterica”, “hai un brutto carattere”: se chi hai intorno non fa che etichettarti, finisci per crederci. Fino a cancellare la memoria della me stessa vivace e un po’ buffona – comunque sopra le righe – che ritrovo in altre foto e che doveva pur esserci. Per non trasformarmi nell’Erinni in cui il mondo mi costringeva a rispecchiarmi, cominciai a ingoiare bocconi, a mordermi la lingua prima di rispondere, fino a diventare medaglia olimpica di compiacenza, best performer di quello che la psicologa Sunita Sah definisce “sorriso da coccodrillo”:
«Una strategia di sopravvivenza che le donne, in particolare, impostano come segnale di arrendevolezza»
Lo spiega in Ribellati. Il potere del No in un mondo che pretende solo dei SÌ (Corbaccio). «Quel sorriso non indica necessariamente consenso, ma spesso è interpretato come tale. È uno scudo che dice: non sono una minaccia. Starò alle tue regole. Mi adeguo». La dottoressa Sah, che è specializzata in Psicologia organizzativa e ha trascorso decenni a studiare etica, motivazioni e interazioni tra individui e gruppi, rivela di aver scritto il libro «per motivi sia personali sia professionali. Una volta chiesi a mio padre il significato del nome che portavo, rispose che Sunita in sanscrito significa “buona”.
Il messaggio che costantemente ricevevo era di fare la brava, essere educata, eseguire ciò che mi veniva chiesto. Per lo più mi sono conformata, ma sono rimasta a lungo affascinata dal significato di quella singola e potente parola: ribellione. Ho iniziato a chiedermi se fosse sempre giusto essere buoni e se è vero che le donne non si arrabbiano. Cosa sacrifichiamo rispettando scrupolosamente le regole. Ho dedicato le mie ricerche a rispondere a questo quesito perché spesso, quando obbedivo, mi sentivo svuotata».
La rabbia è un sentimento umano
«La rabbia è un sentimento umano, né buono né cattivo. È un’emozione che ci avvisa di un’ingiustizia, una minaccia, un insulto o un pericolo»
Spiega in un TED Talk Soraya Chemaly, autrice già nel 2019 di La rabbia ti fa bella (HarperCollins). «Ma nel susseguirsi delle culture viene considerata proprietà morale di ragazzi e uomini. Quando manifestiamo ciò che per noi è importante, ciò che la rabbia esprime, le persone tendono a prendersela con noi a causa della nostra stessa rabbia». Scindere però la collera dalla femminilità, avverte Chemaly, significa separare donne e ragazze dall’emozione che meglio le protegge dalle ingiustizie.
«Così, spesso, ci ammaliamo. La collera repressa è coinvolta in una vasta gamma di malattie informalmente liquidate come “femminili”: dolore cronico, disturbi autoimmuni, disordini alimentari, ansia, autolesionismo, depressione». La rabbia che sistematicamente ricacciavo indietro, tacendo o abbozzando, mi aggrediva coi sintomi socialmente invalidanti di una dermatite atopica, guarda caso intorno agli occhi e alla bocca, laddove avevo eretto un argine alla mia sincerità. Il tatuaggio del mio disappunto, una maschera di disagio, al posto della compiacenza che non avevo saputo indossare.
Eppure le donne si arrabbiano, anche al cinema
Ma la nostra collera non è solo un veleno, suggerisce Soraya Chemaly, può essere un antidoto potente, un’emozione primaria creativa e trasformativa. «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto» tuonava Elena Cecchettin all’indomani del femminicidio di sua sorella, mettendo sotto accusa il patriarcato e spingendo più in là le prime linee della lotta alla violenza maschile. È la stessa rabbia implacabile che anima le donne in Iran, a dispetto di minacce, aggressioni, prigionie e condanne a morte. Il cinema celebra questo potere a lungo schiacciato: da Kill Bill a Una donna promettente, passando per Gone Girl, proliferano le “revenge story” che vedono donne e ragazze regolare i conti senza più remore.
L’ultima è la protagonista di La città proibita di Gabriele Mainetti, ora al cinema, che plana dalla Cina con furore nella Roma degli ultimi per vendicare a colpi di kung fu l’assassinio della sorella. Storie che riecheggiano nell’immaginario femminile, perché la nostra indignazione non è mai solo una questione privata, «è innescata da generazioni di uomini che si servono dei corpi delle donne senza il loro consenso» dichiara l’attrice Tracee Ellis Ross in un altro TED Talk. Quando qualcuno dispone del corpo o della volontà di una donna «non risveglia solo disagio e sofferenza, ma anche le esperienze sottaciute di generazioni di donne prima di noi». Ross ci esorta a riconoscere la collera: «Condividetela in posti e in modi sicuri. Non abbiatene paura. Trasporta vite di saggezza».
Fare pace con la propria rabbia
Sfogliando coi miei quel reportage in bianco e nero della mia rabbia “bambina”, lo scorso Natale, ho provato a farci la pace. I soliti commenti ironici tornavano a ricacciarmi nell’angolo: mi ha colpito un termine, “isterica”, che uno dei miei fratelli ha riesumato dal cassetto delle liti cadute in prescrizione. Platealmente ho radunato le foto imprimendovi un bacio di gratitudine. Ciao, coccodrillo. Dopo anni ho imparato a lasciar fluire in me quella linfa ribelle senza farmene travolgere o provare vergogna.
«È un falso mito che chi sfida debba essere aggressivo, sovrumano, eroico» spiega Sunita Sah. «La ribellione ha un versante tranquillo, che ci aiuta a vivere in linea coi nostri valori. E a sottrarci, se percepiamo una tensione ad agire diversamente». Non è una ricetta universale, ma ultimamente la mia intransigenza si è nutrita di una serie di strategici passi indietro: lungi dall’essere sconfitta, sono i progressi di cui vado più fiera.
Le donne non si arrabbiano?
Ma è sempre giusto lasciar correre, adeguarsi, non reagire? Parte da questa domanda la psicologa inglese Sunita Sah nel nuovo libro Ribellati. Il potere del NO in un mondo che pretende solo dei SÌ (Corbaccio). Un invito a incanalare la nostra indignazione per farci valere. E stare meglio.

Se la riconosci non la eviti
«Mi chiamo Rabbia Rossi e ho 10 anni, quasi 11. L’anno scorso sono stata così arrabbiata che ho deciso di fare un po’ di ordine tra i pensieri che mi passano per la testa».
Inizia così Io sono Rabbia (Ape Junior), il libro in cui Camilla Ronzullo, in arte Zelda was a writer, blogger, giornalista, scrittrice e illustratrice amatissima sui social, esplora la più scomoda delle emozioni attraverso le escandescenze di una bambina. Una lettura per tutti, che dispensa consigli per imparare a riconoscere la rabbia e, anziché combatterla, trasformarla in un’alleata potente e creativa.

Un libro per imparare che anche le donne si arrabbiano
Come nasce Rabbia Rossi?
«Una notte m’è venuta in mente questa “personaggina”: una ragazzina particolare, come ero io alla sua età. Me la sono immaginata farsi avanti nella vita con coraggio e fantasia. E immediatamente in collera, come gran parte dei suoi coetanei. Questo mi ha fatto pensare che fosse interessante indagare su quanto questo sentimento sia distruttivo o, al contrario, utile».
È un modo di legittimare un’emozione spesso censurata, soprattutto se a provarla sono le ragazze?
«La sfida era riuscire a raccontare in tutte le sue sfaccettature la rabbia che prova una futura giovane donna e il pregiudizio che la reprime. Io stessa ho sempre cercato di essere accomodante, ho pensato che i sentimenti oscuri fossero da nascondere e che le donne non si arrabbiano, finché non mi sono resa conto che tutto contribuisce a definirti. La rabbia può essere funzionale come disfunzionale. Ma se iniziamo a dare un nome alle cose che abbiamo dentro di noi, possono aiutarci a capire chi siamo».
Come ha identificato le tante ragioni che indignano Rabbia?
«In due passaggi. Nel primo mi sono chiesta com’ero io alla sua età. Però ho anche ben chiaro il fatto che il mio punto di vista è limitato. Quindi ho provato a chiedere alle amiche che hanno figlie di questa età, ho parlato direttamente con quelle ragazzine. Se non domandi, come fai a capire?».
La rabbia è sempre un sentimento negativo?
Il tema della rabbia attraversa la nostra contemporaneità.
«È un sentimento esacerbato dal mondo in cui viviamo e da una modalità di espressione in gran parte definita dai social network, dove è molto facile lasciarsi andare a sentimenti dirompenti che poi diventano anche frustranti. Veri e propri boomerang».
Un esempio di rabbia disfunzionale.
«È un distruggere che non lascia neanche un frammento per ricostruire, un’espressione di livore in solitudine. La storia di Rabbia, invece, da un lato ci autorizza a stare soli in silenzio, ma allo stesso tempo ci insegna anche a non smettere mai di cercare il gruppo: è lì, con gli altri, che capiamo chi siamo».
La rabbia diventa un’emozione trasformativa quando è condivisa?
«Nel libro ho pensato di chiamare uno degli amici di Rabbia, il più furioso di tutti, Seth il Rosso, come una divinità egizia: era considerata cattiva, distruttiva. Però era anche quella che durante la notte aiutava il sole a traghettare nell’aldilà e lo riportava ogni mattina a splendere. Nel gioco dei contrasti, ogni cosa con una valenza oscura può aiutarci a raccontare la luce».
Perché ha scelto una protagonista di quell’età e un pubblico di ragazzini?
«Quando creo, penso sempre a storie che parlino a tutti. Ma c’è un fatto che, da creativa, difendo, a costo di sembrare retorica: in me continua a vivere una bambina di quell’età, che saltella per strada, che perde gli elastici dei codini…Per molto tempo è stato un problema, pensavo di essere infantile, poi l’ho interpretato come un superpotere, una connessione speciale, legata al fatto che il mio lavoro mi consente di mettere davvero le mani in pasta, con i colori o i disegni, nelle storie pulsanti delle persone».