Il 14 settembre del 2000 su Canale 5 andava in onda la prima edizione del Grande Fratello. Nel primo pomeriggio dell’11 settembre 2001, invece, tutte le trasmissioni si interrompevano per dare l’annuncio dell’attentato alle le Torri Gemelle di New York. Seduta al mio tavolino dei giochi, ho alzato gli occhi. Nella mia ingenuità di bambina, a sbigottirmi era la reazione di mia mamma più che le fiamme che laceravano il cemento. Come molti altri, non potevo immaginare che, all’inizio del nuovo millennio, il mondo che stavo iniziando a conoscere sarebbe cambiato inesorabilmente e senza possibilità di prevedere la direzione del viaggio. Da una parte il reality show dava il la al nostro voyeurismo, quella voglia irresistibile di spiare le vite degli altri. Dall’altra il racconto della cronaca diventava pressoché simultaneo e quindi amplificato nei suoi effetti. Due fatti di natura ben diversa, ma non trascurabili quando ci domandiamo i motivi per cui la Gen Z è in crisi.
Il burnout precoce di Gen Z e Millennial
A dirci che la Gen Z e i Millennial non se la passano benissimo è l’istituto americano Talker Research. Secondo una recente ricerca, coloro che oggi hanno dai 18 ai 44 sperimentano il burnout, ovvero uno stato di esaurimento emotivo e fisico, addirittura prima dei 30 anni. Così mentre le generazioni precedenti lo raggiungevano nei loro quarant’anni, i più giovani possono raggiungere il proprio massimo livello di stress già intorno ai 25 anni. Secondo lo studio le cause sono principalmente tre: ritmi di lavoro estenuanti, instabilità finanziaria e economica e lo scenario globale minacciato da crisi climatica e conflitti in corso.
Verrebbe da dire nulla di nuovo sotto il sole. Eppure da almeno due anni confrontandomi con le persone della mia bolla arrivo sempre alla stessa conclusione, che tanto bene non stiamo. E la risposta che mi sono data è questa: non so bene quando sia accaduto, ma a un certo punto molti di noi hanno smesso di utilizzare l’indicativo presente, che grammaticalmente è il tempo della realtà, per entrare nel mondo delle possibilità, quello del condizionale. Tutti i “voglio” sono diventati dei “vorrei” pronunciati mentre in testa scorrono tutte le variabili per cui quella cosa che pure desideri tantissimo potrebbe non avverarsi. Insomma, è iniziata l’era della precarietà.
Perché la Gen Z è in crisi?
«Non possiamo far finta che la pandemia non ci sia stata. Molti giovani hanno perso delle tappe importanti della loro vita, poi le hanno recuperate, ma con un’età diversa», afferma Alice Avallone – antropologa digitale, trend forecaster e insegnante di Data Humanism alla Scuola Holden. E aggiunge: «C’è un altro fattore che concorre alla percezione che ci sia più malessere, il sovraccarico digitale. L’utilizzo intenso dei dispositivi digitali e la connessione costante contribuiscono alla sensazione di esaurimento mentale, anche quando potrebbe essere più contenuto». A confermare che i più giovani sperimentano il burnout precocemente, concorre anche il suo lavoro da docente.
Uno dei segnali di esaurimento più frequenti che noto in aula sono gli scroll compulsivi sul telefono. Lo scorrere delle app senza scopo. Poi ci sono i cali di attenzione, la mancanza di voglia di incontrarsi dal vivo, di uscire. È come se i ragazzi fossero anestetizzati».
La Gen Z è in crisi, ma è più consapevole delle generazioni precedenti
Come dicevamo, però, anche le generazioni più adulte non sono escluse dall’esperienza del burnout, ma a differenza loro, secondo Avallone, i giovani sono più consapevoli del loro malessere. La Gen Z, infatti, non sarebbe quella con la salute mentale più bassa di tutti i tempi, ma di certo è quella che ha sdoganato e normalizzato il discorso a riguardo. «Online si possono intercettare anche dei trend che estetizzano e romanticizzano il proprio malessere. Un esempio è l’estetica delle sad girl o dei sad boy: ragazzi tristi che indossano abiti oversize e realizzano video con luci fredde. È come se rendessero normale il non farcela e la fatica cronica che sono il sintomo del nostro burnout collettivo».
E quindi che cos’è cambiato davvero rispetto alla condizione dei nostri genitori o dei nostri nonni? Nel nostro mondo ogni notizia è amplificata, il confronto con le vite altrui è molto più frequente e per di più il sovraccarico digitale ci priva di non poche energie e sonno prezioso. Quindi, è come se avessimo tutti gli strumenti per svolgere una vita regolare e organizzata, ma vivessimo comunque in modo frammentato. «C’è poi un tema di isolamento sociale da non sottovalutare: oggi anche i nuclei familiari sono più ristretti di una volta. Di conseguenza, spesso la rete sociale che si ha a disposizione è più piccola e questo contribuisce al burnout e al disagio, perché le possibilità di confronto sono ridotte. E così esserci, ma perdere la connessione con se stessi è molto facile», spiega l’antropologa.
L’antidoto è sempre la gentilezza
Pertanto, perché la Gen Z è in crisi è chiaro, ma non crediamo che basti spegnere il telefono per risolvere tutti i nostri problemi. «I dispositivi elettronici è come se svolgessero per noi la stessa funzione del ciuccio per i bimbi. Ci calmano: è per questo che non riusciamo a staccarcene. Ma se li spegnessimo ci prenderebbe comunque la fomo (fear of missing out): la paura di perderci una notizia sensazionale o una chiamata importante. Quindi, credo che dovremmo educarci alla kind technology: un uso gentile dei mezzi che abbiamo a disposizione. Senza lasciarci impressionare dai social media, ma imparando a prenderci il nostro tempo anche per approfondire le notizie, senza farci sommergere dai contenuti», spiega Alice Avallone.
Di fatto, si tratta di reimparare a mantenere una connessione con i nostri bisogni più profondi: stare nell’hic et nunc, il qui e ora, senza abdicare alla pianificazione del futuro che, per quanto incerto, è pur sempre un nostro diritto.