Gli uomini per parlare davvero devono fare un podcast insieme. È la boutade che il giornalista Francesco Oggiano cita al rapper Marracash con cui conversa nel video podcast, virale negli ultimi giorni, Fuori dalla bolla (disponibile su Spotify e Youtube). Una battuta certo, ma se è vero che Arlecchino si confessò burlando, nasconde anche una mezza verità. Perché a pensarci bene, se a una donna può bastare lo spazio di un caffè per raccontare i meandri del proprio io alla sua interlocutrice, a un maschio le ore di un giorno potrebbero non essere sufficienti a raccontare come si sente, i motivi per cui soffre o prova disagio. Lo sostiene anche Alessandro Giammei, professore di Letteratura italiana alla Yale University, scrittore e autore di Parlare fra maschi. Stare insieme dentro & fuori gli stereotipi di genere (Einaudi), ora in libreria.

Parlare fra maschi di Alessandro Giammei
La premessa di quello che l’autore stesso definisce un esercizio di autocoscienza è questa: ogni volta che i maschi si incontrano, tra di loro c’è sempre un ostacolo che gli impedisce di parlare davvero, di raccontarsi a cuore aperto. A volte si tratta di un pallone da calciare o inseguire con gli occhi su uno schermo, altre di un videogioco da fare insieme o una qualsiasi altra attività. Perché a differenza delle donne, gli uomini tendono a darsi appuntamento per fare qualche cosa, come se il solo stare non bastasse. Invece Alessandro Giammei, sulla scia dell’esperienza femminista tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, parte da sé e dalla sua esperienza per dimostrare che una società patriarcale, a misura di maschio, non lo fa sentire poi tanto a suo agio.
Lo mette a disagio ogni volta che in famiglia si aspettano che sia lui, in quanto figlio maschio, a tramandare il cognome del padre. Quando a un funerale è scontato che siano gli uomini a trasportare il feretro sulla spalle (badando bene anche a non piangere nel frattempo). E non si sentiva a suo agio nemmeno da ragazzino in sella a uno scooter guidato da un amico, perché i maschi di solito così vicini non stanno. E ancora oggi si chiede perché dovrebbe aver avuto una naturale inclinazione a tifare durante le partite di calcio. Perché dovrebbe piacergli la birra e espletare i suoi bisogni fisiologici in un orinatoio senza alcuna privacy. Ma questi non sono altro che gli stereotipi attorno a cui ruota l’identità maschile per come ci viene ancora raccontata. E proprio come quella femminile è un costrutto culturale.
I maschi possono fare autocoscienza?
«Parlare fra maschi ha tre padrini: uno sono io che l’ho scritto, poi l’editor Ivano Pierantozzi che è appena diventato papà e quindi è in un periodo diverso della vita, e Didier Falzone che ha illustrato il libro. Insieme abbiamo formato una piccola redazione e abbiamo scelto questo titolo che ricalca casualmente Parlarne tra amici di Sally Rooney. In verità volevo creare una continuità con Cose da maschi (Einaudi) che è la prima opera che ho scritto sulla maschilità. E poi ci tenevo tanto a mantenere quel “fra” con cui in italiano traduciamo “bro” (dall’inglese brother, fratello ndr)», racconta Alessandro Giammei. Parlare fra maschi l’ha scritto pensando a Lorenzo, un caro amico liceale scomparso l’estate prima della loro maturità. «Lo ammiravo tantissimo e mi chiedevo se anche lui mi stimasse. E quell’amicizia che non è mai fiorita mi ha spinto a pensare a come sarebbe potuta diventare», spiega.
Ma scrivere questo libro è stata soprattutto l’occasione per riflettere sulle relazioni maschili, anche quelle dell’autore con quelli che definisce i suoi fratelli per scelta. E da qui la domanda: gli uomini possono imparare le lezioni del femminismo? Prima fra tutte quella della sorellanza, ovvero il sentirsi parte di un gruppo con un’esperienza comune «alternativo a quello a cui si devono gli orrori della manosfera». E l’altra è quella appunto dell’autocoscienza, che potremmo definire come un viaggio collettivo, in questo caso nella mascolinità. «Per liberarci dalle costrizioni che il patriarcato costruisce intorno a noi. E non ci riusciremo se non ammettiamo che esiste una specificità maschile e che la nostra esperienza non si può generalizzare».
Parlare fra maschi se il personale non è più politico
Infatti, nonostante l’autocoscienza maschile abbia una lunga tradizione (i primi esperimenti risalgono agli anni ’70) è ancora difficile stabilire quanto il femminismo delle donne abbia aiutato o potrebbe ancora aiutare gli uomini. Proprio perché i tentativi di cui Parlare fra maschi di Alessandro Giammei ci dà un assaggio sono ancora poco praticati. Ma cos’è che impedisce agli uomini di collettivizzare la loro esperienza nel mondo, di pensarsi e reinventarsi non solo come individui, ma anche come genere? Probabilmente il fatto che abbiamo rimosso la lezione più grande del femminismo: che il personale è politico. Che le nostre vite non sono delle rette parallele che non si incontrano mai ed è proprio lì dentro che dobbiamo cercare i germogli del cambiamento.
«Quando si prova a ribadire che il personale, quindi la nostra vita privata, è politico si viene spesso accusati di individualismo. Di voler raccontare i fatti propri e farsi paradigma per tutti. E invece non credo si debba parlare sempre in modo impersonale», sottolinea l’autore. «Ma è chiaro che il solo parlarsi tra maschi non è sufficiente a cambiare la nostra società. Bisogna che quegli stessi uomini che hanno acquisito consapevolezza rispetto ai privilegi e ai limiti a cui li sottopone il patriarcato si impegnino poi a cambiare le strutture di potere che opprimono tanto noi, quanto le donne. Per farlo bisogna favorire la “coscientizzazione” dei più giovani», aggiunge.
E il suo Parlare fra maschi non è che un esempio di quello che gli uomini potrebbero dirsi e raccontarsi, rinunciando ogni tanto al fare e godendo del solo stare insieme. Un saggio di come potrebbero portare le loro relazioni a un piano superiore, quello della bromance, in cui si è fratelli – o “sorelli” come ama dire Alessandro Giammei – che fanno rete, che si parlano davvero, senza giudizi o sovrastrutture.