Mark Scout è dentro la sua auto e piange, perché sua moglie non c’è più. Si asciuga le lacrime con un fazzoletto e lo infila in tasca. Poi, a passo triste, entra nella sua azienda, la Lumon Industries, accede al suo reparto per mezzo di un ascensore e, quando le porte si aprono e lui mette piede in ufficio, Mark è felice. Con un fazzoletto casualmente trovato in tasca fa centro nel cestino e poi si dirige con andatura serena al suo computer. Inizia così Scissione (forse più conosciuta con il titolo originale Severance), la serie TV creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, vincitrice del premio Emmy e ora disponibile in streaming su Apple TV+. Ha ricevuto una grande attenzione dalla critica, sia perché è una serie ben prodotta (si dice che i costi per episodio siano arrivati a superare i 20 milioni di dollari), sia perché ha cambiato, anche se forse non del tutto consapevolmente, il modo in cui le persone parlano di lavoro, identità e work-life balance.
Scissione: chi sono gli innies e gli outies?
La seconda stagione di Severance si è da poco conclusa, ma facciamo un passo indietro. Cos’è successo al protagonista Mark nel momento in cui ha messo piede in quell’ascensore? La risposta è nel titolo della serie: ha subito la “scissione”. Nell’universo di Severance, l’operazione di scissione è una procedura che separa i ricordi e le esperienze della vita lavorativa dai ricordi e dalle esperienze della vita personale. Nel cervello dei dipendenti della Lumon Industries, misteriosa e potente multinazionale, viene inserito un piccolo chip che si attiva ogni volta che gli impiegati salgono sull’ascensore che conduce al loro reparto. I protagonisti vivono così due esistenze completamente distinte: l'”innie” e l'”outie”, l’interno e l’esterno. Un solo corpo, due coscienze. Durante il lavoro, non hanno alcuna memoria della propria vita al di fuori dell’ufficio e viceversa, quando sono a casa, non hanno alcuna consapevolezza della loro identità lavorativa. L’obiettivo di questo processo è ridurre lo stress e migliorare la produttività, ma solleva anche interrogativi profondi sulla libertà e sulla disconnessione emotiva. Insomma, la scissione nasce come metodo estremo per rimuovere il conflitto tra lavoro e vita privata, ma Severance mostra come in realtà porti con sé implicazioni morali e psicologiche ben più complesse.

Un’allegoria della frattura tra la nostra identità professionale e personale
Se potessi sottoporti alla “scissione”, lo faresti? Essendo i ricordi biforcati, le preoccupazioni lavorative non contagerebbero la tua vita personale e, viceversa, i problemi di casa rimarrebbero fuori dalla soglia del lavoro. La stessa immagine di un “innie” e di un “outie” è efficacemente immediata e calza a pennello con l’urgenza crescente di scindere il lavoro da ciò che è, semplicemente, vita. Sulla carta sembra la soluzione ideale, ma la trama di Severance mira proprio a illuminare gli inquietanti risvolti psicologici che una tale separazione causerebbe all’esistenza e all’identità. Gli outies di fatto non percepiscono neanche di essere stati al lavoro (entrano in ascensore alle 8 del mattino ed escono dall’ascensore che sono già le 5 di pomeriggio), mentre gli innies non escono mai dall’ufficio e non smettono mai di lavorare. Poiché siamo ciò che abbiamo vissuto, e innies e outies vivono due vite completamente diverse, nel tempo la frattura esistenziale è solo destinata ad approfondirsi. Fino a che punto? E con quali conseguenze?
Scissione, forse, non è fantascienza
Il cortocircuito cui inevitabilmente innies e outies vanno incontro, da un certo punto di vista ricalca la spaccatura tra due esigenze moderne: da un lato, svolgere un lavoro gratificante e dignitosamente retribuito; dall’altro, salvaguardare uno spazio e un tempo dedicati a coltivare le proprie passioni e relazioni. La tensione tra la realizzazione personale che può derivare dal lavoro e la necessità di preservare l’integrità della propria vita privata. Trovare pace tra ciò che facciamo e chi siamo, è questa la vera sfida. Scissione è una serie thriller, una science fiction che, come tale, mette in scena una distopia, una società futura indesiderabile. Separare la nostra coscienza non è né opzione né soluzione, perché anche il nostro lavoro – come le passioni e le relazioni – ha bisogno della nostra umanità e della nostra personalità. Dissociarsene, forse, non è la soluzione migliore. La stessa Severance, nella prima stagione, ha mostrato come le contaminazioni e gli intrecci tra innies e outies, a un certo punto, siano inevitabili. Tanto da scatenare una serie di switch le cui conseguenze prendono forma nella stagione 2, dove gli “interni” cercano di capire come mai i rispettivi “esterni” abbiano accettato di rimuovere ogni ricordo pur di fare quel lavoro. Ma dove sta, allora, l’equilibrio?

La separazione può diventare distruttiva
Forse noi dovremmo essere, per noi stessi, l’ascensore della Lumon Industries, senza però compartimentalizzarci. Dovremmo sforzarci di sciogliere quella colla che per anni ha tenuto attaccate la nostra identità e la nostra professione, senza per questo frantumare la nostra auto-consapevolezza. Possono esserci un innie e un outie, parti di noi che si realizzano al lavoro e parti di noi che si realizzano al di fuori. Ma comunicare è loro permesso proprio perché concorrono a formare la stessa persona. Il lavoro può essere una parte fondamentale di chi siamo, può offrire senso, soddisfazione e opportunità di crescita. Severance evidenzia la distorsione di questo potenziale positivo quando il lavoro viene ridotto a una pratica sconnessa dal resto della vita. Gli impiegati che si sottopongono alla scissione sono privati della possibilità di sperimentare il proprio lavoro come parte della loro identità globale. E così non riescono a realizzarsi pienamente né come innies né come outies.
Ripensare il lavoro
Perché il lavoro sia gratificante e arricchente, deve però essere gestito in modo sostenibile. A tutti dovrebbe essere riconosciuto e garantito il diritto alla conciliazione tra la vita personale e quella professionale. Serve una cultura del lavoro che riporti al centro il benessere e la dignità del lavoratore, non la sua produttività. Tra i milioni di commenti alla serie Scissione, c’è anche chi parla di “diritto alla vita”. Il work-life balance è un aspetto centrale dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che parla chiaro: misure di equilibrio vita-lavoro, congedi parentali, flessibilità e lavoro agile favoriscono l’occupazione femminile e migliorano il benessere dei lavoratori. Se le condizioni lavorative fossero sostenibili e il mercato puntasse meno su iperproduttività e competizione, forse non sentiremmo il bisogno di chiamare quell’ascensore. In questo senso, Scissione solleva la domanda fondamentale su come trovare un equilibrio in cui il lavoro non solo non comprometta la nostra vita, ma la arricchisca, senza essere tutto quello che siamo.

La traiettoria di Severance e del work-life balance
Quando Ben Stiller ha letto per la prima volta la sceneggiatura pilota di Severance, il COVID era lontano anni. Correva il 2017 e, come sottolineato dallo stesso regista, «non era assolutamente intenzionale commentare ciò che sarebbe successo più avanti in termini di burnout e work-life balance, anche perché tutte le sceneggiature sono state scritte prima del marzo 2020». Le riprese sono poi iniziate nel novembre di quell’anno e proseguite a singhiozzi a causa della pandemia. «Mentre stavamo realizzando la serie – continua Stiller – abbiamo iniziato a percepire quello che tutti stavano sentendo in termini di mancanza di separazione tra lavoro e vita privata». Nel febbraio 2022, Apple TV+ annunciava finalmente l’arrivo di Scissione. In quell’occasione il regista ha detto: «È interessante per me guardare lo show ora, nel contesto in cui ci troviamo, perché sembra che l’equilibrio vita-lavoro sia molto meno delineato nella vita reale di quanto non lo sia in Severance». Infine, eccoci nel 2025, rapiti dai 10 episodi della seconda stagione. A distanza di 8 anni dal giorno in cui il copione di Scissione è arrivato nelle mani di Ben Stiller, è più vivo che mai il dibattito sulla conciliazione tra il lavoro e la vita privata, tra le ambizioni professionali e quelle personali, tra le scelte obbligate e quelle desiderate, tra gli abiti che indossiamo in ufficio e quelli che ci restano addosso quando torniamo a casa, come intimo, a un millimetro dalla nudità.
Come sarà la Lumon Industries del futuro?
Insomma, pare quasi che lo sviluppo di Scissione abbia involontariamente aderito alla velocità di messa a fuoco del grande tema del work-life balance e poi del suo urgente ingresso nel dibattito pubblico. La traiettoria di Scissione, oggi, ha incrociato con impeccabile tempismo quella delle riflessioni che muovono gli ingranaggi esistenziali delle persone. Prima travolte dallo smartworking, dalla crescente digitalizzazione e dalla connessione continua, che ha reso più difficile separare il lavoro dalla vita privata. Poi alle prese con il burnout, con il ritorno alla macchinetta del caffè, con la solitudine lavorativa e soprattutto con l’arrivo sul posto di lavoro di una generazione – la Zeta – che ha introdotto una cultura professionale per certi versi distante anni luce da quella dei suoi capi. Intanto, mentre si discute di intelligenza artificiale ed emotiva, di settimana lavorativa corta e di funerale delle gerarchie (leggi anche “quiet ambition“: essere il capo non vale la pena), Apple TV+ annuncia la produzione della terza stagione di Scissione. Chissà dove ci porterà, ora che nella sua trama ci specchiamo un po’ di più.