Era il 1994, vivevo a Messina, dove sono nata, e frequentavo il liceo classico. Il mio professore di italiano, Giuseppe Cavarra, si occupava di poesia dialettale e dei racconti della nostra isola con un amore che mi ha formato: da Cielo d’Alcamo a Gesualdo Bufalino, dalla poetessa Maria Costa a Leonardo Sciascia, alle leggende di Cola Pesce raccolte dalla voce dei pescatori del litorale. Non c’era storia, opera, verso che in classe non sottoponessimo a sguardo critico e attenzione profonda. Imparai allora che, nella letteratura italiana, quella siciliana occupava un posto centrale e pervasivo, che non ne era ai margini ma la costituiva con una malia tutta sua.
Era il 1994, e per Sellerio usciva in libreria La forma dell’acqua, un romanzo con protagonista un commissario che risolveva lo strano caso dell’omicidio di un ingegnere, il cui cadavere era stato rinvenuto in un’auto da due munnizzari. Il professore Cavarra entrò in classe con il libro sottobraccio e cominciò a interrogarci: che vuol dire secondo voi “la forma dell’acqua”? Se l’acqua non ha una forma, perché questo scrittore vuole dargliene una? Come al solito, apriva il viatico a una discussione più ampia toccando temi universali: cosa significa fare una scelta poetica, cosa si nasconde dietro una metafora.
«Montalbano sono!» Dice Salvo ormai con la faccia di zingaretti, e il lettore si mette seduto, e ogni volta la storia comincia
Incuriosita dal nome di quello scrittore, che avevo visto già negli scaffali di casa ma era adesso circondato da un clamore nuovo, lessi il mio primo Montalbano, non sapendo ancora fino a che punto sarebbe diventato di tutti e non sapendo neppure che fosse il primo; non esisteva quella prateria di pubblicazioni che oggi, voltandomi indietro, devo scavalcare per risalire all’origine. “Montalbano sono!” dice Salvo, ormai con la faccia di Luca Zingaretti, e il lettore si mette seduto, e ogni volta la storia comincia, con i fili rossi che la legano a tutte le altre della serie e con le particolarità che la rendono unica.
Così, in quell’estate del 1994, due anni dopo l’estate atroce del 1992, l’estate delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, della Sicilia in ginocchio e dello stato d’assedio, cinque anni dopo la morte di Leonardo Sciascia, che della mafia tutto aveva compreso e narrato, comparve un personaggio che dava all’isola un’identità diversa, luminosa, originale e originaria. Le dava il lusso che noi siciliani pensavamo di non poterci più permettere: la libertà di non legare la Sicilia solo a un’immagine di rovina e ferite, ma di utilizzarla come scenario di trame appassionanti, regalandola a un genere trasversale e amato come il giallo. La lingua spagnola aveva il Pepe Carvalho di Manuel Vázquez Montalbán (omaggiato nel nome da Camilleri), la francese il Maigret di George Simenon, la greca il Kostas Charitos di Petros Markaris: noi avremmo avuto Salvo, italiano, siciliano, di quella parte dell’isola che fa capo alla città che ci piace chiamare con il nome antico, Girgenti.
C’è anche la mafia, certo, nei racconti di Camilleri. Ma nel complesso la rappresentazione popolare usciva con lui dal giogo più recente della dimensione unica della cronaca e poteva proiettarsi in un’ipercontemporaneità viva, tangibile, interconnessa. Vigata diventava Macondo e le cose siciliane non erano più “cose di cosa nostra” ma cose europee, cose di tutti. Oggi, nell’agrigentino, la cartellonistica della “Strada degli scrittori” segnala ai turisti che girano in automobile i luoghi di interesse letterario, i luoghi dei romanzi di Sciascia, di Pirandello e di Camilleri.
Quanta gioia ci ha dato Camilleri con i suoi romanzi, con il teatro, con le storie per bambini, con gli interventi pubblici sui fatti dell’attualità, da un tardivo successo fino alla sempre troppo precoce dipartita (sì, certo, l’età: ma Andrea Camilleri era il 93enne più giovane sulla piazza, con l’eterna freschezza di una semplicità mai banale, mai stantia). Quanto importante è stato ed è per chiunque, nato in Sicilia, debba fare i conti con la produzione di un immaginario: scrittori, registi, artisti.
C’è per forza una Sicilia di Camilleri che va ad affiancarsi a quelle dei grandi che lo hanno preceduto, che lui stesso ha conosciuto e raccontato. Una Sicilia di cui la Sicilia stessa aveva bisogno in quel momento, che ha poi ha allungato la sua luce sui decenni a venire, fino a diventare immortale. È un’isola pulsante, magica, comica, inesorabile: difficile dire se Andrea Camilleri l’abbia inventata o solo descritta, perché le cose non esistono davvero finché non arriva una grande anima a raccontarle.
ANDREA CAMILLERI, UNA VITA PER LA LETTERATURA
Andrea Camilleri è stato scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, regista, insegnante. Andrea Calogero Camilleri, nato a Porto Empedocle (Ag) il 6 settembre 1925 e scomparso lo scorso 17 luglio a Roma, scrive il primo romanzo nel 1968. Si intitola Il corso delle cose, ma è pubblicato solo 10 anni dopo. La prima opera con Sellerio, il suo editore storico, è La strage dimenticata nel 1984. La serie con Montalbano nasce nel 1994.
LE ULTIME USCITE IN LIBRERIA
Andrea Camilleri ha pubblicato 114 libri, tra romanzi e saggi, e venduto 25 milioni di copie solo in Italia. Gli ultimi titoli usciti: Come la penso (Chiarelettere) è un’autobiografia in forma di riflessioni e racconti, già pubblicata nel 2013; Il cuoco dell’Alcyon (Sellerio) è una nuova avventura del commissario Montalbano; Km 123 fa parte della nuova collana Gialli Mondadori.
L’autrice di questo articolo, Nadia Terranova, è una scrittrice. Il suo ultimo libro è Addio fantasmi (Einaudi)