Poni un quesito, non originale d’accordo, ma produttivo, testato con l’innegabile pregio di sollecitare creativamente un certo tipo di bilanci, e Valentina Romani saprà sinceramente entusiasmarsi e metterlo davvero a frutto. Chissà se ad animarla è la disciplina dell’attrice o l’intima vocazione da mattatrice: se però, assumendo che la vita possa paragonarsi a un romanzo, le chiedi come intitolerebbe il capitolo presente, lei, una delle stelle più splendenti della scena italiana, interprete di serie popolari come Mare fuori e Tutto chiede salvezza, che ha brillato nel cast di Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti e da poco esordito come autrice con Guarda che è vero (Rizzoli), si anima, coniugando il suo racconto negli accenti in battere del gerundio: premessa, svolgimento, conclusione. «Lo intitolerei Attraversando» risponde di getto. «Sono concentrata sul presente e mi piace. Mi aiuta a capire che sto ancora seminando, anche se qualche risultato comincio a raccoglierlo; mi dice che non sono arrivata, sto facendo un percorso» confessa da un terrazzo romano assolato, la fedele cagnolina accanto. Valentina Romani dopo Mare Fuori è protagonista di due nuove serie televisive, Gerri e Dark lines.

Valentina Romani e il suo sogno di bambina: il cinema
Da dove partiamo?
«Dall’inizio, come nei romanzi».
A 5 anni già sognava di fare l’attrice: cosa sapeva allora del mondo?
«Assolutamente niente. Raccontavo storie, cantavo e ballavo, sognando di trasportare in una sfera magica le persone che avevo davanti. Al mare allestivo con i cugini degli spettacolini, obbligavamo i parenti ad assistere alle nostre esibizioni. Quel che si chiama una vocazione precoce».
E forse un desiderio di essere vista.
«Mentirei se dicessi di no. In qualche modo era il ritorno sano di un bisogno di riconoscibilità».
Ci aiuta a immaginarla com’era quando tutto è iniziato, come in un’istantanea sovraesposta?
«Mi vedo nella casa al mare, in uno di quegli affollatissimi pranzi o cene familiari. La foto mi ritrae a tavola, seduta con le ginocchia sulla sedia, perché ero piccoletta».
A distanza di tempo il sogno si sta avverando. C’è qualcosa di questo viaggio che l’ha sorpresa o ha disatteso le aspettative?
«A 5 anni non hai idea di cosa ti aspetta, mi limitavo a sognare, che poi è il vero motore dell’esistenza. In generale, è stato un viaggio comodo fin qui: studio, entro ed esco dalla vita delle persone, ne incontro altrettante e ciò mi aiuta a vedere quanto il mondo sia sfaccettato. Forse questa è la vera sorpresa».

Valentina Romani e la solitudine
Cosa ha sacrificato in nome di questo equilibrio?
«Il lavoro spesso e volentieri mi porta a ritrovarmi sola, su set lontani da casa. Per quanto ci si possa trovare bene coi colleghi, gli amici sono quelli di sempre. A volte mi pesa».
Come se la cava in quella solitudine?
«Ho imparato a star comoda anche lì. Anche se amo la compagnia, piano piano, ho iniziato ad apprezzare la solitudine, a gioire quasi di certi preziosi momenti di noia. La cosa più difficile è mangiare da sola, ma mi sto rifacendo: sono da poco entrata in una casa nuova e mi diverto a usare la cucina. Ogni giorno faccio una torta, un pezzo lo porto a mio fratello, l’altro ai miei. Lo facessi solo per me, mi salirebbe il magone».

Valentina Romani dopo Mare Fuori è narratrice di Dark Lines, una serie di true crime

A proposito di presente, dal 15 maggio è su RaiPlay come narratrice di Dark Lines, Delitti a matita, una serie true crime in 8 episodi che rievoca altrettanti femminicidi efferati, da Simonetta Cesaroni a Chiara Poggi, a Elisa Claps.
«Sono felice di far parte del progetto, ma non è stato un percorso facile: mi è capitato di ritrovarmi troppo coinvolta per proseguire; spesso, per la rabbia e il dolore che provavamo, ci dovevamo tutti fermare a riprendere fiato».
Sono storie note, mai abbastanza raccontate.
«Ciò che continua a colpirmi è che gli uomini violenti fanno parte della nostra quotidianità. Non sono i conclamati mostri, ma persone che abitano il nostro mondo. Sembra una banalità, ma se ci si pensa è impressionante. Spero, con la mia presenza, di riuscire a sensibilizzare la platea dei più giovani, di chi mi segue e si fida di me. L’unica possibilità che abbiamo è quella di farci sentire».
Il genere crime è uno dei più seguiti dalle donne, forse perché abbiamo una percezione del pericolo più alta.
«Grazie alla nostra voce sta montando anche tra gli uomini la stessa consapevolezza: in qualche modo siamo riuscite a includerli, a fare della violenza sulle donne un tema centrale nelle vite di tutti. Le faccio un esempio personale: mio padre e mio fratello sono i primi a preoccuparsi quando la sera rientro da sola, sanno che se parcheggio lontano ho paura e si offrono di restare con me al telefono per quel tratto di strada, hanno una comprensione profonda del mio disagio. Questo però mi fa rabbia».
È comprensibile.
«Essere costretta, dopo una cena con gli amici, a chiamare qualcuno perché mi faccia la scorta telefonica mi manda al manicomio.
È possibile che a 28 anni, con una vita che definirei serena, un lavoro che mi piace e una casa, io (e con me le altre) non possa mai sentirmi davvero libera, mai tranquilla?
Valentina Romani è anche scrittrice e attivista

Ha aderito alla fondazione Una Nessuna Centomila, che si dedica alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile, arruolata nel laboratorio artistico.
«La fondazione ha chiamato a raccolta gli artisti, in molti ci ritroviamo a mettere volto e voce a favore di questa causa. Il laboratorio è un luogo di scambi, di arricchimento. Negli anni ha organizzato concerti, raccolte fondi, cene di beneficenza. Da qualche tempo sperimentiamo progetti sul teatro, uno spazio privilegiato per esplorare temi sociali così urgenti».
Fa parte di una generazione, quella dei 20enni, che ha contribuito a raccontare come attrice. Sono storie attendibili? Cosa resta fuori dal quadro?
«Ho avuto la fortuna di interpretare ragazze molto diverse tra loro. E questo già è un attestato di credibilità. Ciascuno di noi diverge in qualche modo dai canoni ed è importante che queste “anomalie” siano rappresentate sullo schermo».
Come racconterebbe la sua generazione?
«Vedo coraggio e passione tra i miei coetanei. È un peccato che questo aspetto non sia abbastanza colto dagli adulti. Ci definiscono figli dei social, ed è vero: siamo costantemente sottoposti a milioni di stimoli, in un mondo che gira a una velocità inarrestabile.
Ma c’è davvero poca gente che ci aiuta a soffermarci sulle cose, che si rivolge a noi chiedendoci, occhi negli occhi, come stiamo, cosa ci piace veramente, cosa vorremmo fare.
Cosa risponderebbe lei?
«Per molti di noi, appropriarsi di quei momenti di sospensione, in cui ci si mette in ascolto, ci si concede di restare banalmente inattivi, è diventata una forma di autodifesa. Un atto quasi sovversivo. Ultimamente mi capita spesso di starmene seduta sul divano ad accarezzare il cane, a fissare un punto nel vuoto, riflettendo o facendomi dei discorsi. Sto provando a smettere di cercare soluzioni fuori da me, di incolpare gli altri per le cose che non mi vanno».
Ha da poco pubblicato un romanzo, “Guarda che è vero”.
«L’ho scritto sull’onda di quell’urgenza, quando ho capito quanto sia rivoluzionario il potere dell’ascolto: non solo l’ascolto salvifico dell’altro, ma l’intima connessione con noi stessi, il saper riconoscere se ciò che viviamo, che incrociamo sul cammino, ci piace, fa per noi. La protagonista non sa bene ciò che vuole: mentre esplora il mondo, esplora se stessa. Non c’è attività più sana che mantenersi in una condizione di ricerca. È la bussola che ci impedisce di smarrirci».
Valentina Romani dopo Mare Fuori è protagonista di Gerri

A proposito di storie, cosa racconta Gerri, che la vede protagonista dal 5 maggio su Rai 1, con Giulio Beranek nei panni di un impetuoso ispettore di origine rom?
«È una serie crime girata in Puglia: io sono Lea, una giovane poliziotta appassionata e sveglia. Inizialmente, il rapporto con Gerri è professionale, col tempo si sviluppa una fiducia profonda e il legame è destinato a farsi più intenso. È un personaggio che ho amato per i vuoti che occulta dentro di sé. E perché, nonostante tutto, sa bastarsi».
La rivedremo anche al cinema, accanto a Riccardo Scamarcio e Nicolas Maupas.
«In un film storico, Alla Festa della Rivoluzione, tratto dal libro di Claudia Salaris: rievoca D’Annunzio e l’impresa di Fiume. È stato un set impegnativo, anche fisicamente. Sono curiosa di vederne il risultato».
Come celebra la fine di un set? Ha dei rituali particolari?
«Non sono così metodica, anche se faccio sempre molta attenzione a restare su quella linea sottile che mi permette di riconoscere Valentina quando torno a casa. La prima cosa vera che faccio ogni volta è celebrare quel “senso di libertà” dall’estetista con una bella manicure, perché sul set non puoi usare lo smalto. Sembra una sciocchezza, ma in quel momento sento di spogliarmi davvero del personaggio».
Le propongo di congedarci come abbiamo cominciato: ci descriva il selfie immaginario che la rappresenta oggi.
«Mi visualizzo nella mia Roma, con la cagnolina in braccio, baciate dal sole. Sullo sfondo, Villa Pamphili, intorno a noi un prato aperto, dove germogliano le infinite possibilità che mi piacerebbe esplorare e che spero di saper cogliere, sempre».
